È naturale pensarlo, se non addirittura ipotizzarlo: con la declassificazione dei documenti segreti sull’attentato di Dallas, del 22 novembre del 1963, si troveranno dei dettagli collegati al 4 aprile del 1968? Giorno in cui venne assassinato il pastore protestante, nonché premio Nobel per la pace nel 1964 e diventato leggendario un anno prima per il famoso discorso intitolato ‘I Have a Dream’: Martin Luther King? Era il 4 aprile 1968 quando avvenne e l’intera comunità afroamericana si sentì morire.
A Memphis, nello Stato del Tennessee, il leader dei diritti civili venne ucciso, alle ore 18.00 locali, e per il reverendo non ci fu più nulla da fare. La sua morte, oltre ad anticipare di due mesi quella di Robert Francis Kennedy, provocò un’ondata di proteste in quasi tutti gli Stati Uniti d’America da parte della comunità afroamericana. Proteste veementi e dettate dalla disperazione per la perdita non tanto di uno dei tanti punti di riferimento dell’epoca, semmai per il venir meno di un vero e proprio faro che illuminò il mondo in quei particolari anni ’60.
Una morte, quella di Mlk, sulla quale ancora non si può apporre sul fascicolo la classica espressione ‘caso chiuso’. I punti, i dettagli, su quest’oscura vicenda sono ancora molti e chissà se verranno mai svelati nella loro interezza e completezza, visto che l’allora Presidente Donald Trump ha declassificato i documenti relativi alla sua tragica morte. E non solo i suoi, anche quelli relativi, come già detto all’attentato di Dallas, in cui rimase ucciso il Presidente John Kennedy il 22 novembre del 1963, e quello relativo all’attentato nell’Hotel Ambassador in cui a cadere vittima, sotto i colpi di un attentatore solitario, fu il fratello di John, all’epoca il Senatore Robert Francis Kennedy, la notte tra il 5 e il 6 giugno del 1968.
Eppure, proprio in questo giorno relativo alla sua triste ricorrenza appare anche abbastanza naturale domandarci se non fosse stato ucciso in quel quarto giorno di aprile, oltre a quella marcia su Washington contro la guerra del Viet-Nam, come avrebbe proseguito la lotta per i diritti civili? Forse sarebbe sopravvissuto fino ai giorni nostri? Tagliando il traguardo dei 96 anni di età? Forse sì o forse no.
Forse avrebbe vissuto almeno fino agli 80 anni per vedere, finalmente, il primo Presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti? Quarant’anni dopo che lo stesso Rfk, se non fossero stati uccisi entrambi, gli avrebbe affidato la poltrona di vicepresidente degli Stati Uniti d’America. E cosa avrebbe detto in merito non solo alla prima, ma anche alla seconda presidenza Trump? Cosa avrebbe pensato delle proteste di Black Lives Matter? Sono questi i quesiti che ancora adesso ci passano per la testa nell’affrontare l’anniversario della sua tragica dipartita.
Martin Luther King nacque nella città di Atlanta, nello Stato della Georgia, il 15 gennaio del 1929. Venne al mondo nell’America che si apprestava, di lì a pochi mesi, ad entrare ed affrontare il vortice della Grande Depressione economica a causa del crollo di Wall Street. Lui, come la sua gente, però, erano entrati in un altro vortice ben più meschino, ben più vigliacco: quello del razzismo. Tagliati fuori dal resto della società a causa del colore della pelle.
Quella folle situazione, definita ‘segregazione razziale’, legalizzata dalle leggi Jim Crow. Tutti i neri non avevano gli stessi diritti dei bianchi e Martin Luther King, figlio di un pastore protestante, seguì le orme paterne per tentare di smuovere le acque, di smuovere le coscienze. Alla fine, ci riuscì, solo che, per far ascoltare la sua voce, aveva, ovviamente, bisogno della giusta occasione.
Occasione che giunse il 1° dicembre del 1955. Grazie a quel civile rifiuto di quella piccola e dolce sarta, di nome Rosa Parks, la quale non volle lasciare il proprio posto per andarsi ad accomodare agli ultimi posti in fondo al pullman di linea che l’avrebbe riportata a casa, perché quelli in avanti erano tutti riservati ai bianchi, dopo un’intensa giornata lavorativa. Quella miccia diede il via a qualcosa che ancora oggi è definito eroico e a sua volta ‘leggendario’.
Le sue proteste, i suoi sermoni, le sue parole e, soprattutto, il modo con cui permise il raggiungimento delle conquiste, che avevano tutto il sapore di vittorie sociali, rappresentavano, per la stessa comunità nera, una vera e propria manna dal cielo, illuminarono le coscienze di tutta la società statunitense. La sua protesta pacifica raggiunse l’apice il 28 agosto del 1963, con l’immortale frase: ‘I Have a Dream’.
Le scuole, le università, i mezzi di trasporto, gli uffici cominciavano a essere aperti anche ai neri, finalmente. Poi, molto probabilmente, la sfida più grande. Ovvero quella di fermare l’escalation della guerra in Viet-Nam con un’altra grande manifestazione a Washington. Manifestazione che, purtroppo, non avvenne mai.
Un cecchino pose fine alla sua vita, come detto, il 4 aprile del 1968, e da allora, anche per lui, si sono susseguite, ininterrottamente, ipotesi su ipotesi, voci su voci, senza mai arrivare alla verità, quella che si è portato nella tomba, nel 1988, colui che sembrerebbe il vero assassino del leader dei diritti civili, James Earl Ray. Dunque, la speranza sta proprio nella declassificazione di quei documenti tanto preziosi che hanno sepolto la verità per ben 57 lunghi anni? Oppure tutti i documenti, con le relative informazioni attinenti al suo caso, sono spariti da tempo?
Nonostante questo, ancora oggi la sua voce, le sue parole, i suoi messaggi e le sue lotte sono ancora impresse nella società contemporanea e di sicuro rimarranno per un altro lungo secolo e, ancora, al di là delle polemiche su cosa accadde in quel lontano giorno o anche in quei lontani giorni prima del suo omicidio che non interruppe il sogno, anzi lo alimentò comunque.
L’articolo 4 aprile 1968: il tragico giorno di Martin Luther King proviene da IlNewyorkese.